2) Nietzsche Socrate corruttore.
Nietzsche vede in Socrate il nemico dell'istinto, del dionisiaco,
colui che si oppone alla natura stessa dell'uomo greco, che invece
noi tanto ammiriamo.
F Nietzsche, La nascita della tragedia (vedi manuale pagine 177-
178).

 Che Socrate avesse uno stretto legame di tendenza con Euripide,
non sfugg all'antichit in quel tempo; e l'espressione pi
eloquente di questo fiuto felice  quella leggenda circolante ad
Atene, secondo cui Socrate usava aiutare Euripide a poetare. Dai
partigiani del buon tempo antico i due nomi venivano pronunciati
assieme, quando si trattava di enumerare i presunti corruttori del
popolo: dal loro influsso seguiva che l'antica e quadrata valentia
di corpo e di animo, degna di Maratona, fosse sempre pi
sacrificata a un dubbio razionalismo, nel progressivo
intristimento delle forze fisiche e spirituali. In questo tono,
mezzo di sdegno e mezzo di disprezzo, la commedia aristofanesca
suole parlare di quegli uomini, con terrore dei moderni, che
rinunciano volentieri a Euripide, ma non smettono mai di
meravigliarsi del fatto che Socrate appaia in Aristofane come il
primo e supremo sofista, come lo specchio e il compendio di tutte
le aspirazioni sofistiche. Contro di ci rimane un'unica
consolazione, quella di mettere alla berlina Aristofane stesso
come un licenzioso e bugiardo Alcibiade della poesia. Senza
prendere a questo punto la difesa dei profondi istinti di
Aristofane contro tali attacchi, proseguo a dimostrare in base al
sentimento antico, la stretta connessione fra Socrate ed Euripide;
in questo senso  da ricordare specialmente che Socrate, come
avversario dell'arte tragica, si asteneva dal frequentare la
tragedia, mettendosi fra gli spettatori soltanto quando veniva
rappresentato un nuovo dramma di Euripide. Famosissimo  comunque
l'accostamento dei due nomi nel responso dell'oracolo delfico, che
indicava Socrate come il pi saggio fra gli uomini, ma pronunciava
insieme il giudizio che a Euripide spettava il secondo premio
nella gara della saggezza.
Come terzo in questa graduatoria era nominato Sofocle; proprio
lui, che pot vantarsi nei confronti di Eschilo di fare il giusto,
e di farlo perch sapeva che cosa fosse il giusto. Evidentemente 
proprio il grado di chiarezza di questo sapere ci che distingue
in comune quei tre uomini come i tre sapienti del loro tempo.
Ma la parola pi acuta per quella nuova e inaudita stima del
sapere e dell'intelligenza la pronunci Socrate, quando trov di
essere l'unico che ammettesse di non saper niente; mentre, nelle
sue peregrinazioni critiche per Atene, egli incontrava
dappertutto, parlando con i maggiori statisti, oratori, poeti e
artisti, la presunzione del sapere. Vide con stupore che tutte
quelle celebrit non avevano un'idea giusta e sicura neanche della
loro professione, e che la esercitavano solo per istinto. Solo
per istinto: con questa espressione tocchiamo il cuore e il
centro della tendenza socratica. Con essa il socratismo condanna
tanto l'arte vigente quanto l'etica vigente: dovunque esso volga i
suoi sguardi indagatori, vede la mancanza di intelligenza e la
potenza dell'illusione, e da questa mancanza deduce l'intima
assurdit e riprovevolezza di quanto esiste nel presente. Partendo
da questo punto, Socrate credette di dover correggere l'esistenza:
egli, come individuo isolato, entra con aria di sprezzo e di
superiorit, quale precursore di una cultura, di un'arte e di una
morale di tutt'altra specie, in un mondo dove ascriveremmo a
nostra massima fortuna il riuscire a coglierne con venerazione un
frammento.
E' questa l'enorme perplessit che ci prende ogni volta di fronte
a Socrate, e che ogni volta ci sprona a riconoscere il senso e il
fine di questa problematicissima apparizione dell'antichit. Chi 
costui, che osa da solo negare la natura greca, quella che
attraverso Omero, Pindaro ed Eschilo, attraverso Fidia, attraverso
Pericle, attraverso la Pizia e Dioniso, attraverso l'abisso pi
profondo e la cima pi alta  sicura della nostra stupefatta
adorazione? Quale forza demonica  questa, che pu ardire di
rovesciare nella polvere un tale filo incantato? Quale semidio 
questo, a cui il coro degli spiriti dei pi nobili fra gli uomini
deve gridare: Ahi! Ahi! Tu lo hai distrutto, il bel mondo, con
polso possente; esso precipita, esso rovina!.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 976, volume
venticinquesimo, pagine 77-78.
